Il nord non esiste

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Credits: ilfattoquotidiano

Si parla sempre di cercare un lavoro migliore. Si parla sempre di emigrare in posti che possano assicurare un impiego più opportuno, quindi uno stipendio e, magari, una posizione professionale, più alti.
Si sente spesso dire ai più giovani «che cosa stai a fare qui? Devi andartene», dove “andartene” sta ad indicare “andartene al nord”. Come se il nord fosse una sorta di El Dorado non meglio identificato. Me lo immagino così: una roccaforte circondata da mura alte e tristi, delimitata da un imponente portone di legno scuro, al cui cospetto si presenta il malandato mendicante, quasi sempre terrone, dal volto possibilmente emaciato e dalla bisaccia rattoppata.

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Vi bussa e improvvisamente le due possenti ante si aprono, solennemente, cigolando, lasciando all’avventore la visuale di un frenetico ed operativo villaggio, tipicamente medievale nel mio immaginario. Ecco quindi il fabbro sull’uscio della sua officina battere sul ferro con pesante martello, lo stalliere sellare con cura i cavalli e dar loro la biada, lo spazzino tirar via l’immondizia dal selciato umido; dalle finestre delle strade si scorgono braccia di donne vigorose ammassare pasta e, poco più in là, al lavatoio, far su e giù con chilometri e chilometri di biancheria sporca. Il tutto in un andirivieni continuo, convulso, in cui ognuno è perfettamente incastrato in un ufficio preciso e non vi è richiesta che non venga soddisfatta né offerta che non sia accolta. Ed è qui che il nostro ragazzo troverà ben presto il suo posto. Troverà un ruolo sociale e il sorriso che aveva perso; instaurerà nuovi legami, metterà su famiglia e vivranno per sempre felici e contenti.

Ma cosa avverrebbe se anche solo uno di questi aspetti rimanesse inatteso?
Andiamo con ordine. Innanzitutto il nord non esiste.
Il luogo mistico in cui ti aspettano a braccia aperte per soddisfare le tue esigenze lavorative, devono ancora inventarlo.
Non ci sarà nessun portone ad aprirsi e nessuno scenario galvanizzante di dinamismo e produzione. Almeno per chi viene da lontano. Le prime cose che si noteranno saranno gli sguardi sospettosi di chi lì ci ha sempre vissuto ed in secundis le maldicenze che si riverseranno inevitabili su chi «è venuto qui a rubarci il lavoro». Come conseguenza naturale non sarà facile trovarsi un giro di amici, non sarà facile trascorrere i fine settimana in compagnia. Forse non se ne parla mai per buonismo o perché ci sono problemi d’integrazione sociale (sicuramente) più grossi al giorno d’oggi, ma purtroppo i campanilismi sfociano ancora in forme di vero e proprio razzismo nei confronti di chi ha un cognome estraneo al posto, di chi tradisce un accento troppo diverso mentre parla, di chi non ha frequentato da sempre quel locale o quel circolo perché viveva in un’altra città, in un’altra regione, per giunta.

Se non si conosce dal vivo qualcuno che l’abbia sperimentato sulla propria pelle, difficilmente ci si crederà, ma esiste ancora, dove più, dove meno, un sostrato che ti mette all’angolo perché «non sei di qui».
Tutto questo può mai portare alla felicità? Certo, gli inizi sono duri per tutti, non ci si può mica aspettare di essere accolti con tappeto rosso e fanfara. Ma dopo il primo entusiasmante momento, dopo la scoperta di posti nuovi, magari più evoluti, magari più ricchi o più alla moda, cosa resta? L’amarezza.
Resta il fatto di vivere lontani da tutto. Dalle proprie origini, dalle proprie tradizioni… Non voglio neanche portare il discorso sul solito fattore famiglia, perché mi si potrebbe obiettare che non tutti necessariamente ne abbiano ancora una o che comunque il grado di autonomia ed emancipazione di alcuni può essere molto alto, per cui tornare a casa alle feste comandate può risultare sufficiente. Parlo della familiarità. Del sentirsi parte di un qualcosa. Di vedere intorno a sé prospettive note, di salutare qualcuno per strada distrattamente: del senso di appartenenza che è così difficile da delineare eppure esiste e ci condiziona le giornate.

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Vivere in una città dove si è un’isola, dove non si conosce nessuno, dove si deve lottare – e non è un’iperbole – per integrarsi e farsi accettare da chi si sente superiore e in diritto di giudicare solo per il fatto di essere lì dalla nascita, non deve essere per nulla facile. Se poi a ciò si aggiunge una soltanto parziale soddisfazione dell’obiettivo primario, cioè lo stipendio, allora la misura è colma.
Il nord, se c’è mai stato, ha smesso di esistere da un pezzo. I lavori che ci sono lì sono gli stessi degli altri luoghi; è ovvio, nelle grandi città le opportunità sono maggiori, ma è anche vero che spesso a queste si devono aggiungere spese più ampie. Per cui, prima di chiedere ad un ragazzo fresco di diploma o di laurea «che lavoro vuoi fare?», chiediamogli magari «vuoi essere felice?».

Francesca Prattichizzo