La Festa del Soccorso nei ricordi di adolescente

I ricordi di una giovane ragazza sulla festa più sentita della Capitanata si sciolgono in un flusso senza tempo in queste righe e ci introducono ai festeggiamenti di questo maggio 2019. Il racconto ha vinto il "Premio Speciale Società Romantica 2016", concorso nazionale istituito a Pescara con la finalità di dare espressione al folklore territoriale.

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Quando arrivava maggio la si sentiva già nell’aria, la Festa. E sobbalzava il cuore al ricordo delle emozioni di un anno prima e si riempiva di speranza l’anima per quelle che ci sarebbero state. Non ho mai saputo ben spiegare il perché, e mi è impossibile tuttora rendere perfettamente quello che ho dentro. Per gli altri è una semplice festa di paese, sì insomma, di quelle che iniziano e finiscono sul sagrato di una chiesa, con un santo, una giostra e qualche devoto. Ma non la nostra.
Tecnicamente si chiamerebbero Solenni Festeggiamenti in onore di Maria Santissima del Soccorso, ma da tutti è conosciuta come Festa del Soccorso. E dico da tutti perché non c’è persona che in quei giorni non partecipi alle manifestazioni che si tengono nella città di San Severo.
Dalla metà del mese circa era un tripudio di addobbi in ogni dove: stemmi, fiocchi, immagini sacre, nastri che scendevano dagli alberi o che collegavano i balconi da un lato all’altro della strada, il tutto nei rigorosi colori del quartiere d’appartenenza. Porta San Marco, Viale della Stazione, Sop ù Rësarjë, Arc à Nèv, Via Fortore, Porta Lucera sono solo alcuni dei tanti rioni che annualmente partecipavano e gareggiavano al Palio delle Batterie Processionali, in cui si vinceva per maestosità del fuoco di batteria, ma anche per l’originalità decorativa. Tra ragazzi già si litigava: «Vincerà il mio!», «No! Il mio!» e così si esploravano le strade avversarie per studiarne la tecnica o semplicemente meravigliarsi dello splendore.

Credits: Pirogiochi San Severo

Quando poi giungeva finalmente il terzo sabato del mese, si inauguravano tre giorni di gioia, delirio e sfasamento totale! Le regole che normalmente accompagnano lo scorrere delle ore quotidiane venivano cancellate del tutto per far spazio a preghiera, commozione, divertimento e libertà!
Ci si incontrava tutti intorno alle 21, e già non si poteva camminare per il gran numero di gente riversatasi in strada. All’epoca uscivo in gruppi di non meno di quindici persone e si perdeva gran parte della serata per ritrovarsi o non perdersi tra la folla.
Si iniziava solitamente con l’immancabile giro alle bancarelle, che hanno tutto il sapore di ogni festa italiana che si rispetti, ma in questo caso più che una passeggiata tranquilla era un esaltante attraversamento dell’intera città, annaspando nella fiumana per ben 2,5 chilometri di colorate chincaglierie africane, indiane (o talvolta di origine non meglio identificata), specialità dolciarie locali e non, curiosità dal mondo, oggetti per la casa, vestiario, accessori, perfino tecnologia! Per il nostro gruppo, il must erano quelle che vendevano orecchini e braccialetti di tendenza. Si osservava quindi attentamente ogni singolo articolo di ogni singolo banchetto, per trovarne la novità! «L’anno scorso c’erano i braccialetti componibili», «E l’anno prima andavano i ciondoli luminosi per i cellulari», «E vi ricordate quell’aggeggio ridicolo, quello per grattarsi la testa?». Insomma, ce n’erano di tutti i colori.
Si interrompeva questo rito solo per un altro più importante: il già citato fuoco. In diversi angoli della città venivano create batterie scenografiche che, una volta accese, brillavano nei mille colori della polvere da sparo, accarezzando le teste (e non solo!) dei temerari fujenti che correvano al loro fianco urlandosi «cë vëdim au fënèl!».

Credits: youtube

Il finale di un fuoco è per ogni sanseverese un momento mistico: è la parte più forte della batteria, accompagnata spesso da costruzioni ornamentali, fumi colorati o quanto di più originale vi è nella testa degli organizzatori. Oppure ci si spingeva fin nella periferia, per assistere al primo giorno di Palio Pirotecnico.
Non c’erano orari di rientro nei giorni di festa e così si rimandava lo sfinimento a data da destinarsi: il riposo non aveva spazio! Intorno alle 2 di notte ci si recava al Luna Park, meglio conosciuto come “le giostre”, e dopo averne provato o rivissuto le attrazioni, ci si concedeva finalmente un panino con l’immancabile torcinello alla brace! Quando anche le bancarelle gastronomiche iniziavano a spegnere le luci, era davvero ora di tornare a casa. Ma non per molto!

Credits: braciamiancora.com

Dopo poche ore di sonno ci si risvegliava per l’inizio della vera e propria festa religiosa: la grandissima processione con un numero notevole di angeli e santi, i compatroni della città San Severo e San Severino e, dietro di loro, finalmente, la Madonna del Soccorso. Si stava stretti come sardine nelle minuscole vie del centro storico per poter assistere all’uscita della madonna dalla Cattedrale; se c’era il sole spesso capitava di assistere a svenimenti e mancamenti. Ma l’emozione che si provava nel momento in cui il simulacro si mostrava alla cittadinanza era impareggiabile! Uno scrosciante applauso irrompeva tra le campane, petali di ogni sfumatura di rosa piovevano dai balconi circostanti, tubi di coriandoli venivano fatti esplodere nei pressi della porta e… le vecchiette già portavano il “fazzoletto-della-festa”, quello buono, conservato per tutto l’anno, vicino agli occhi per asciugarsi le lacrime. Io allora non comprendevo la loro commozione… Guardavo incuriosita e continuavo ad applaudire.

Credits: latitudinex

La mattinata procedeva lenta ma non tranquilla, a causa dei numerosi fuochi posti a ogni angolo e pronti a sparare non appena la madonna si avvicinasse. Era un tripudio di ragazzi in maglietta bianca, spesso bucata già dagli anni precedenti, tanto che la leggenda vuole che, alla fine di ogni fuoco, i fujenti facessero la conta dei buchi per primeggiare tra i compagni.

Dopo aver attraversato gran parte del paese, intorno alle 16,30 la processione imboccava la via del ritorno. Si vedevano persone un po’ provate dalla stanchezza staccarsi dai propri gruppi salutandosi a gran voce. E si tornava a casa per pranzare, ma non prima di aver comprato torrone, arachidi e nocciole tostate alle bancarelle!
La domenica sera era famosa per il Piromusicale, grandioso fuoco a più riprese che sparava al ritmo di musiche scelte. Giungevano pullman dalle regioni vicine per ammirarlo! Così anche la periferia si animava di suoni e colori. Noi ragazzi, dopo aver comparato come veri intenditori l’attuale fuoco con quello dell’anno prima, potevamo dedicarci nuovamente all’iter che la sera prima avevamo inaugurato. La mia famiglia, invece, preferiva un’uscita più soft, e si recava solitamente nella piazza di turno dove avevano messo su spettacoli di musica, danza e intrattenimento da me ritenuti per adulti. Così trascorreva anche il secondo giorno di festa e al risveglio, l’indomani, già si sentiva una vena di tristezza perché sarebbe stato l’ultimo giorno.

Il giro processionale del lunedì era più lungo e maestoso, passava anche davanti casa mia e perciò lo ritenevo più toccante.
La particolarità dei paesi della Capitanata è sempre stata quella di lanciare dai balconi bigliettini colorati riportanti preghiere di autori nazionali come Dante Alighieri, o cittadini, come Mandes, al passaggio dei santi. Ormai ero troppo grande per farne la collezione ̶ come ogni bambino con alle spalle una buona infanzia ─ ma se il vento ne portava uno tra i miei capelli, lo leggevo e lo conservavo di buon grado. Alcuni esercizi commerciali, al passaggio della processione, offrivano omaggi floreali o musicali, proponendo anche dal vivo l’esecuzione dell’Ave Maria di Schubert. Un’ulteriore ondata di pianti si diffondeva tra la folla, e noi scuotevamo le teste, muovendoci tutti per mano per non perderci, e dirigendoci nei pressi dell’ultimo fuoco, che meritava di essere visto da una postazione privilegiata, motivo per cui molti abbandonavano in anticipo la processione per trovare un posto adeguato per il finale. Si aspettava quindi anche più di mezzora prima che l’ultimo saluto a Maria fosse stato acceso. All’imbocco di via Soccorso, la stretta viuzza che porta direttamente al santuario, la processione rallentava il suo corso, tanto da sembrare che la Madonna non volesse far rientro e terminare i festeggiamenti. Era imponente quel ritorno a «casa»: San Severo e San Severino ondeggiavano lentamente precedendo la patrona, si fermavano poco oltre la sua chiesa e le porgevano un inchino, impresa non facile per chi sorreggeva la pedana! Solitamente a quell’ultimo, solenne gesto era accompagnato un lungo applauso, dopo del quale la Madonna saliva definitivamente i gradini del sagrato, San Severo tornava in Cattedrale e San Severino nella omonima parrocchia.

Credits: Puglia.com

Il lunedì sera si continuava ad andar per fuochi, bancarelle e giostre, ma l’evento che aveva l’esclusiva era il cantante. Noi ragazzi eravamo perennemente delusi dal personaggio, chiunque egli fosse. Il comitato della festa sembrava farlo apposta a contattare gente del secolo scorso! Luca Barbarossa, Al Bano, Edoardo Vianello… E come dimenticare l’anno dei Cugini di Campagna? Chi erano i Cugini di Campagna??? Sempre più amareggiati, non riponevamo più speranze alcune in fatto di divertimento musicale. Col tempo spostarono questo evento al martedì e poi al mercoledì; la premiazione del quartiere vincente il Palio arrivò addirittura al giovedì e si crearono altri diversivi per far durare il tutto quasi un’intera settimana! Non c’è che dire, quando si tratta della Festa, i sanseveresi sono tutti uniti, tutti fratelli! Il professore e l’alunno, l’avvocato e l’agricoltore, il religioso e l’ateo.
A distanza di molti anni le tradizioni sono rimaste le stesse, forse l’entusiasmo dei partecipanti e il loro numero sono perfino aumentati, ma ciò che filtravo attraverso i miei occhi di adolescente non potrò più riviverlo. Oggi lascerei più spazio all’organizzazione, alla pianificazione di ogni «punto all’ordine del giorno», con il risultato di snaturarne un po’ i contorni… Perciò mi piace ricordarla così, con il suono della banda in sottofondo, mai apprezzato a dovere, lo sguardo penetrante di una Madonna nera che sembra parlarti, i mille bigliettini colorati nel cielo, il fumo delle batterie appena sparate, il sudore tra la folla, le luci colorate delle luminarie che illuminano a giorno non solo le piazze ma anche i miei ricordi.

Francesca Prattichizzo