Metti una sera al teatro, nel soggiorno di casa…

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Ci sono esperimenti tenuti riservati, al fine di costruire nel tempo progetti più ambiziosi, frutto di passioni portate avanti da una vita, che tante volte hanno avuto possibilità di manifestarsi al grande pubblico e ci sono gratificazioni che arrivano, inaspettate, che ti fanno sentire accolto nella condivisione delle stesse, insieme a poche decine di amici, nella consapevolezza di veder nascere e sviluppare giovani artisti, alcuni presi in prestito dal quotidiano, altri in collaborazione con realtà locali in affermazione. Così sabato 25 maggio il dr. Walter Scudero e signora mi concedono il privilegio di assistere nel loro personale “Teatro del dissesto” alla rappresentazione teatrale denominata semplicemente Sei bizzarre occasioni per divagare… con musica di spalla, laddove si esibiscono sei artisti di Torremaggiore e San Severo, appassionati e studiosi dell’arte teatrale, alcuni di questi già con esperienza e percorrenti una strada di sicura crescita, altri dalle potenzialità rivelatesi con sorpresa ad occhi ed orecchi degli ospiti dell’accogliente domus della famiglia Scudero.

Stefano Benni

Sono così andati in scena cinque monologhi di Stefano Benni ed un corto teatrale di Miriana Kuntz, «rivisitati, rivisti e ricombinati per la regia di Walter Scudero nelle interpretazioni in o.d.e.» dagli artisti che elenco, in ordine di apparizione, con rispettiva breve e mia umile sintesi che pregio di raccontare, ma che scritto non restituirà certo soddisfazione dell’esibizione avvenuta.

Miriana Dell’Oioio in arte Miriana Kuntz

Marisa Lombardi ha rappresentato Beatrice Portinari che per la prima volta parla, la Beatrice che tanti versi ha ispirato al sommo Dante: parla toscano, naturalmente, ma la si scopre non più musa eterea, intoccabile, angelica, inimmaginabile quasi, ma giovane donna, reale, viva, una “toscanaccia” che si lamenta del “canappione” Dante Alighieri «che c’ha un becco che pare n’a poiana e pensa solamente a scrivere!». È una Beatrice ironica, divertente, schietta, tremendamente attuale, che piuttosto di veder invecchiare la sua giovinezza nell’aspettare il primo passo dell’Alighieri sogna «Battistone, il calciatore che trecento anni dopo conosceranno tutti», noi italiani nel decennio precedente al duemila, per l’appunto nella squadra dell’A.C.F. Fiorentina sotto il nome di Gabriel Omar Batistuta. E Stefano Benni sarà lo scrittore ad aver per primo liberato Beatrice dal silenzio e da questa inaspettata passione per l’argentino.

Marisa Lombardi era Beatrice Portinari

Angelica Manna ha indossato le vesti di suor Filomena posseduta da Satanasso «e se la gode che è uno spasso». Lei a 28 anni voleva fare la ballerina, ma poiché è una delle sette sorelle dalle voraci fauci depauperanti il budget familiare, le tocca la fortuna di diventare suora. Non certo come una religiosa dell’Attesa, che sgrana il Rosario e trascorre le giornate in convento, ma come una donna che combatte con il Diavolo, inteso come un alter ego che vuol uscir fuori dal suo corpo – con il frastuono di un’esplosione gastrica forzatamente contenuta – per convincerla che la vita è ben altro, non certo quella che la badessa vuole farle credere, ma alla quale deve rispondere: «Sì, badessa vengo, vengo sempre!». Così, grazie al computer regalatole «da Padre Marcello al cambio di una bottiglia di limoncello» si concede offrendo al pubblico di visitare il sito del convento, oppure scrivendo una mail all’indirizzo: filomenatimena@conventomail.it oppure con una ricerca su Sacrebook, oppure… «Oppure suonate la campanella sul retro del convento, c’è un chiostro, la porta si apre pian pianino, io vi apro e vi faccio un bel… esci da questo corpo, esci!».

Angelica Manna era Suor Filomena

Giorgia Virgilio ha indossato le vesti di Grimilde, la strega di Biancaneve, la terribile strega, maestra di magia nera riconosciuta da Brontolo, che a differenza di quei babbei dei suoi colleghi fu l’unico a capire di che pasta fosse fatta. Ma il rapido avanzare dei tempi ha reso obsoleta lei, la sua fama, le sue stregonerie e le sue pozioni che non può preparare perché gli ingredienti sono divenuti introvabili: l’erba carogna, lo stronzetto secco di cane di nonnaccia cattiva, le codine di surmolotto di fogna, il decotto di mandragora non servono più, serve più essere feroci ed abili nel manipolare conti bancari e nel manovrare larghi consensi di massa. Oggi quello specchio da tenere in mano e a cui chiedere quale sia la più bella del reame è lo schermo del pc sulla home di Google per sapere se ancora si è considerati e riconosciuti, se non come i più belli, almeno come esseri esistenti. La vera strega, la vera Regina Cattiva dei nostri tempi è quella superficie, oggi anche con tecnologia LED, su cui compare solo chi esiste ed il resto non è degno di nota, non è interessante perché, semplicemente, non c’è. E che tristezza arrivare davanti alla discoteca, con l’impeto di fare una strage e far capire al nuovo mondo chi è davvero Grimilde e realizzare di non essere riconosciuti, piuttosto fraintesi: «’A nonna, ma de che te sei fatta?». Magra consolazione sul finir del suo racconto, quando digita: «Specchio, specchio delle mie brame… Chi è la più sfortunata del reame? Terza? Sono terza? Meno male che c’è qualcuno che sta peggio di me».

Giorgia Virgilio era Grimilde

Corrado Cervino era la topastra che racconta il mondo dell’uomo visto con gli occhi di un topo, stravolgendo canoni e convinzioni. Graziosa alternativa ai topolini disneyani, la topastra maleodorante con orgoglio animale affronta i prevenuti bottegai del mercato e i clienti, rivendicando per la propria specie il diritto a esistere e ad essere trattati con rispetto. Le città sono stracolme di immondizia e sporcizia, i fiumi ribollono di detersivi, i cibi che si comprano nei supermercati sono insani e spesso anche scaduti: se gli uomini provano orrore verso i topi, in realtà li usano come capro espiatorio delle loro malefatte. Per giustificare abitudini e stile di vita, gli umani irreversibilmente rendono il mondo “di sopra” sudicio e repellente quanto quello sotterraneo. Il sorcio conclude la sua esternazione con il monito: «Puzzerete voi! Fate un po’ come volete e chiamatemi come vi pare, ma ricordatevi: noi si ha pazienza e si ingoian tutti i vostri veleni, ma un giorno… Un giorno si scoprono i tombini, si levan le sorche! Seicento miliardi siamo! Sì, seicento miliardi di topi messi insieme in tutto il mondo. Capito la cifra? Cazzi vostri…».

Corrado Cervino era la topastra

Marco Marchese racconta la storia di Pronto Soccorso e Beauty Case, il primo un sedicenne patito dei motori figlio di un gommista ladro e ricettatore e di una lattaia, così chiamato per le continue cadute dalla sua lambroturbo che lo costringe a ripetuti passaggi in pronto soccorso, la seconda una quindicenne figlia di una sarta e di un ladro di tir, dal perfetto fisico minuto che lavora come estetista. «In  estate Beauty portava delle minigonne che la mamma le faceva con le vecchie cravatte del babbo. Con una cravatta gliene faceva tre». Entrambi vivono nel malfamato quartiere di Manolenza, laddove tutti sono dediti all’arte del delinquere, laddove una sera d’estate, i due giovani per la prima volta si notano, si piacciono e fanno da subito un giro sulla lambroturbo, frequentandosi di lì in avanti. La loro frequentazione sembra far migliorare l’intero quartiere, con la loro incredibile nuova storia d’amore, fin quando un giorno arriva in zona il terribile agente della stradale Joe Blocchetto che subito vorrebbe incastrare Pronto Soccorso per multarlo. Così, aspettandolo di nascosto dietro ad un cartellone pubblicitario, presso un incrocio che il giovane era solito attraversare con il rosso, l’agente ferma il malcapitato. La gente dell’intero quartiere che stava assistendo al momento, entra in scena sul luogo del misfatto commettendo ogni sorta di infrazione, chi alla guida di auto, chi di camion con rimorchio, chi posteggiando al di fuori della legge di gravità. «Completavano il quadro una vecchietta che guidava una mietitrebbia e sei gemelli su una bicicletta senza freni». Insomma quell’infinita serie d’infrazioni mandano in tilt Joe Blocchetto che non regge allo stress e viene ricoverato nell’ospedale psichiatrico: Pronto Soccorso e Beauty Case possono così convolare alle nozze.

Marco Marchese ha raccontato di Pronto Soccorso e Beauty Case

Francesco Iafisco nel monologo Manichini di Miriana Kuntz impersona Marco, un manichino che parla a Sofia, entrambi costretti a vivere nella vetrina di un negozio di abbigliamento, nelle forme costipate delle plastiche dei figurini che, loro malgrado, devono essere e mostrare. Nonostante la bellezza dei loro corpi perfetti, scolpiti nelle forme, che indossano abiti firmati, invidiati e desiderati dalle folle che passano di corsa e si fermano ad ammirare fuori dalle vetrine, Marco e Sofia immaginano di essere qualcosa di diverso: Marco vorrebbe avere lo stesso sorriso dei bimbi che vede rincorrersi nel parco; Sofia immagina di poter essere come la signora corpulenta e goffa, che mangia con ingordigia un bombolone alla crema. Ognuno vorrebbe essere altro. Eppure questi due manichini sono invidiati, per ciò che indossano, per come lo indossano: fin quando un cliente entra nel negozio ed acquista proprio gli abiti indossati da Marco e Sofia, gli unici rimasti, rendendo nudi i due manichini che ora possono finalmente guardarsi “dentro” piuttosto che essere confinati in una vita opprimente.

Francesco Iafisco era Marco, il manichino

Ogni monologo è stato intervallato da una breve presentazione del regista ed anticipato da un brano, scelto dallo stesso, che aveva attinenza con il racconto: devo confessare che sono stato stupito dalla scelta delle musiche, per me nuove nell’ascolto, ma questa circostanza era figlia dalla vasta conoscenza, anche musicale, del dr. Scudero, non nuovo nell’offerta di rappresentazioni teatrali estremamente personalizzate e caratterizzate da peculiarità originali ed uniche. Ma la grandezza della rappresentazione, come introdotto dal regista, è stata senza dubbio la scelta di lasciare campo libero ad ogni singolo artista nell’offrire il proprio monologo secondo il proprio gusto e le proprie attinenze. Una scelta di responsabilità e soprattutto di fiducia verso giovani artisti che hanno avuto la possibilità, per questo evento, di studiare il copione, interiorizzarlo secondo libera sensibilità e rappresentarlo secondo personale stile. Oltre ad un ascolto godibile e divertente, che sia stato un test, una prova, che sia stato questo terzo incontro a casa Scudero soltanto una semplice occasione per confrontarsi con il pubblico, è importante il risultato che si sta maturando, cioè la creazione quasi per gioco di un ensemble da cui “pescare” fresche e giovani menti per le iniziative future, immagino, già in testa all’eclettico regista, che ha concesso ai sei giovani la libertà di fare e di essere se stessi, mettendoci faccia, voce, gestualità e quanto acquisito nei trascorsi teatrali. Non importa se è limitato lo spazio tra le mura domestiche della famiglia Scudero: surreale, grottesco, esagerato, forte nel linguaggio, diverso dal solito, questa volta per la scelta degli scritti di Stefano Benni e Miriana Kuntz, il teatro offerto dal regista, in silenzio e lontano dai frastuoni, sta accordando corde e pelli di giovani artisti, come alunni che assumono lezioni private, in un modo unico e caratteristico di fare teatro, che è scoperta di quanto nel panorama italiano è quasi sconosciuto, ma non certo privo di fascino ed originalità. Il dr. Scudero guida con esperienza, offre professionalità ed insegna per amore del teatro l’arte di rappresentare e di essere se stessi.

Danilo de Felice