Giorno indefinito di quarantena, anno 2020, ore 23.29

La quarantena negli occhi di una giovane universitaria, che ora ha le idee chiare sul suo futuro.

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Sono giorni che non esco e che non ho vita sociale.

Era febbraio: tutto scorreva come sempre in Italia, mentre la Cina fronteggiava già il virus. Noi, me compresa, pensavamo non fosse cosa che ci riguardasse e continuavamo le nostre vite, ascoltando distrattamente qualche notizia da un telegiornale qualunque.

Era febbraio ed io avevo finalmente iniziato quel tirocinio a cui mi ero prenotata, lottando e vincendo su chi avesse la connessione internet e i riflessi più lenti. Era metà febbraio e io mi svegliavo alle cinque di mattina, per prendere un bus che sarebbe passato circa due ore e mezza dopo. Un bus pieno di persone: ragazzi che andavano a scuola, madri che accompagnavano i loro bambini, qualche lavoratore pendolare e io, tirocinante in una scuola. A pensarci ora, ad un autobus pieno di persone, come una scatola piena di tanti respiri, mi sembra assurdo.

Era finito febbraio, al telegiornale commentavano che quel virus tanto lontano era arrivato qui, in Italia, ma era al nord e si contavano solo 2-3 casi. Non c’era da preoccuparsi… E per me che vivevo in Abruzzo, era una cosa ancora abbastanza lontana.

Erano i primi giorni di marzo, i casi aumentavano: ora la regione colpita non era più solo la Lombardia, anche il Veneto, ma io continuavo a svegliarmi presto, prendere il bus ammucchiata con altre persone per andare a Pescara. Avevo anche iniziato le lezioni dell’ultimo semestre del mio ciclo di laurea, ma già si avvertiva un’aria di diffidenza e paura.

Erano le ore 23.30 di domenica 8 marzo, quando mi invia un messaggio mia madre che mi invitava a sintonizzare la televisione sul secondo canale, per l’edizione straordinaria del telegiornale: il Ministro Conte parla di misure restrittive, parla di chiudere le regioni e vieta gli spostamenti non necessari. Il virus inizia a far paura.

Erano le ore 9.00 di lunedì 9 marzo: decido di tornare nel mio piccolo paese in Puglia, dalla mia famiglia. Quella stessa sera, un’altra edizione straordinaria del tg: Conte decide di chiudere tutte le attività non strettamente necessarie ed invita a restare a casa. Ora il virus fa davvero tanta paura: ha inizio la quarantena.

Prima settimana di quarantena: il pensiero di stare un po’ a casa mi piace. La vita è abbastanza simile a quella che ho condotto nei mesi precedenti, quando ero sotto esami. Penso: ne usciremo presto, l’Italia ce la farà! E i flash mob delle ore 18.00 dai balconi mi rassicurano.

Tuttavia, il Covid-19 si sta diffondendo a macchia d’olio, miete tante, troppe vittime e troppi sono i contagiati. Così i flash mob delle 18 si sono trasformati in bollettini del resoconto giornaliero: il numero dei ricoverati con sintomi, quelli in terapia intensiva, quelli in isolamento, il numero dei deceduti, il numero dei dimessi regione per regione. Tanti numeri, ma in realtà persone con una propria storia e una propria famiglia.

Credits: laleggepertutti.it

Seconda e terza settimana di quarantena: il tempo passa, sembriamo tutti bloccati in una bolla sospesa. Ci siamo ormai abituati ad avere contatti solo tramite uno schermo: le lezioni all’università continuano online e persino mio padre, che non era mai a casa per via del lavoro, ora è lì, seduto alla scrivania in smart working. Mi sembra così strano vederlo… Anche le trasmissioni televisive sono cambiate: ora trasmettono repliche su repliche e nei programmi che prevedono pubblico in studio o quelli che rappresentano viaggi, viene specificato in sovraimpressione: “programma registrato prima del DPCM sul Coronavirus”.

Anche andare a fare la spesa è ormai diventata un’impresa stressante: indossare i guanti, la mascherina, tenere a portata di mano la lista delle provviste da comprare, “correre” con il carrello per fare più in fretta, cercando di azzerare i contatti con altri esseri umani, rientrare a casa e togliere subito le scarpe, buttare la mascherina e i guanti, lavare le mani, disinfettare la spesa e riporla finalmente.

Annarosa Iammarrone

Giorno dopo giorno, alle ore 18, continua la pubblicazione dei bollettini: la situazione sembra sempre più drammatica e si succedono notizie su ospedali pieni e operatori sanitari allo stremo. Il mio pensiero va soprattutto a loro e a tutte quelle persone entrate in ospedale, speranzose di rivedere i propri cari, invece sconfitte, in solitudine, dal virus.

Quarta settimana di quarantena: i giorni scorrono, ma sembra di vivere in un loop temporale. Ormai non esistono più i giorni della settimana, non esiste più ieri, né domani, perché ogni giorno è un “oggi” uguale al giorno prima e al giorno dopo. Ma ecco che il bollettino delle ore 18 inizia a dare qualche speranza: il numero dei nuovi contagi si abbassa! Il ritorno alla normalità è però ancora molto lontano. Intanto, anche gli altri Stati nel mondo, che sembrava ci sbeffeggiassero, stanno conoscendo questo nemico invisibile: è pandemia e metà della popolazione mondiale è chiusa in casa.

Inizio quinta settimana di quarantena, il virus è esploso anche nel mio paese: in pochi giorni siamo passati da 10-15 contagiati a 57. Il nemico era lì che si aggirava, da chissà quanto tempo, invisibile, pronto a manifestarsi con tutta la sua ferocia e noi pensavamo ingenuamente di farla franca.

In questo momento mi sento impotente: vorrei poter fare qualcosa, aiutare in qualche modo, andare anche io in battaglia, ma non posso, non ne ho ancora la facoltà. Perciò, in questa quarantena ho capito ciò che vorrei essere: un medico!

Annarosa Iammarrone