Raimondo de Sangro, Principe di San Severo tra storia e mito.

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Un altro coinvolgente incontro in presenza, organizzato dall’Archeoclub di San Severo nella Sala delle Conferenze dell’Hotel Cicolella il 27 aprile 2022 alle ore 19.00 che avrà come relatore Ciro Panzone, Presidente del Centro Attività Culturali don Tommaso Leccisotti” e dirigente della sezione di San Severo della Società di Storia Patria per la Puglia, nonchè ideatore del Corteo storico di Fiorentino ed apprezzato ricercatore di storia locale ed autore, tra l’altro, della Historia di Torremaggiore e del suo territorio dal Neolitico ai giorni nostri, giunta al terzo tomo, intitolato L’età Moderna dalla dominazione spagnola alla Repubblica Partenopea (secc. XVI-XVIII).

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Il Principe Raimondo de Sangro, uomo dalla personalità inquietante ed al tempo stesso affascinante, Raimondo è stato definito il “Principe dei misteri”, un surrealista in anticipo. In un’epoca dalle nuove concezioni illuministiche, egli si configurava, per dirla con Crocco, tra gli uomini particolari che ne erano protagonisti, con «l’ardore dell’alchimista seppe fondere in sé la lucida freddezza dello “scienziato” che indagava «sugli strumenti e sulle modalità dell’agire, con le intuizioni del “filosofo” che non si arrestava alla comprensione della sola realtà empirica».

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Così, il principe, tra splendori cortigiani e persecuzioni oscurantistiche, trascorse la sua vita conducendo con passione ricerche sperimentali in più branche dello scibile umano. Raimondo andava fiero della sua attività di inventore e si autodefiniva nella Lettera Apologetica col termine di “Haravec” che nel linguaggio degli Inca significava appunto inventore.

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Ciò che colpì maggiormente l’immaginario collettivo fu soprattutto la sua elezione, dopo appena trenta giorni dal 22 luglio 1750, data del suo ingresso ufficiale nella Massoneria, a Gran Maestro della società segreta, anzi, secondo Höbel fu il primo Gran Maestro della Libera Muratoria in Italia.

A complicare notevolmente la sua posizione avvenne la pubblicazione nello stesso anno della sua maggiore opera, intitolata Lettera Apologetica che, insieme con la scalata al vertice del massimo livello della società proibita, concorse a far scagliare contro di lui una sorta di anatema sociale da parte dei suoi detrattori. Non solo quest’opera venne messa all’indice dei libri proibiti, anzi, il popolo, inscenando una irrazionale reazione di timore e di condanna, cominciò da quel momento in poi ad oscurare la sua immagine con fosche leggende.

Al di là di ogni possibile congettura, è noto che grazie alla protezione del re Carlo di Borbone e alla benevolenza di Papa Benedetto XIV, Raimondo riuscì a superare indenne una vera e propria campagna denigratoria, scatenata dalla parte frivola ed incolta dell’aristocrazia, dalla parte più rigida del mondo ecclesiastico, nonché da un popolino analfabeta, capaci solo di additarlo a vista quale pubblico peccatore e stregone.

Provvisto di un grande bagaglio di cultura gesuitica e nello stesso tempo illuministica, con una smodata passione per le scienze naturali e gli studi filosofici, egli dovette apparire giocoforza un “diverso” agli occhi dei contemporanei, tale da incutere timore quasi ancestrale. Tra i maggiori detrattori ci furono: un padre agostiniano, consultore della Congregazione dell’Indice e due gesuiti, padre Pasquale de Mattei e padre Innocenzo Molinari, già bibliotecario del seggio nobiliare di Napoli, Sant’Angelo a Nilo, a cui appartenevano i de Sangro.

Secondo il Molinari, Raimondo, autore della Lettera Apologetica, si esprimeva in modo oscuro o sotto metafora, equivoco, enigmatico e cabalistico, ossia scrivendo in codice. Così facendo confondeva i lettori, accordando credibilità alle tesi dei preadamiti con occulti riferimenti a temi massonici. Il Molinari intravede nei continui riferimenti compiuti dal principe di Sansevero a libertini o atei (Spinoza, Toland) e scettici (Arcesilao) un pericoloso minare all’autorità morale cristiana e alla divina scrittura. Infine, la rappresentazione dei quipu proposta dal principe per la divinità sia in veste di creatore che in figura umana, rimanderebbe alla simbologia egizia, gnostica e cabalistica, motivo per cui il Molinari lo accusò di panteismo, di ridicolizzazione dell’incarnazione e di idolatria.

Di fronte a una condanna così dura, al principe non rimaneva altro che chiedere protezione e sostegno al re Carlo di Borbone, che, oltre a suggerire a Raimondo di fare atto pubblico di sottomissione al Pontefice e di uscire dalle file della Massoneria, fece, tra l’altro, condannare il libello scritto dal prete Molinari contro la Lettera Apologetica e il suo autore. Un fatto è certo, il nostro Principe non fu scomunicato come credono taluni.

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Oltre alla produzione letteraria e alla ricerca scientifica, di lui ci resta la monumentale Cappella Sansevero, uno straordinario scrigno d’arte del Settecento, con cui Raimondo congedandosi dalla storia, ha consegnato ai posteri un chiaro messaggio esoterico, quello di compiere un percorso iniziatico per liberarsi dagli errori insiti nella natura umana e di avvicinarsi alla Luce del Risorto, che traspare prepotentemente dal Cristo Velato.

Testo e locandina nel comunicato dell’Archeoclub di San Severo, a firma del Vice Presidente, prof.ssa Maria Grazia Cristalli.